«we knew the girls were really women in disguise, that they understood love, and even death, and that our job was merely to create the noise that seemed to fascinate them.» (the virgin suicides)
come tutto ciò che è più bello, la sua bellezza è nascosta. non ti innamorerai di lei al primo sguardo; la sentirai fredda, ostile, grigia, industriale, squadrata, irregolare, brutta, e ne avrai paura. pioverà appena ci arriverai, e anche il giorno seguente. anche quello dopo ancora. e, poi, la conoscerai a poco a poco: le vie segrete, i parchi verdi, i gabbiani, le salite e le discese, le altezze, le nuvole, la musica, la gente - la meravigliosa gente di glasgow, bella e brutta, ubriaca, calorosa, generosa “con il sole dentro” - e te ne innamorerai ogni volta di più, irrimediabilmente, inevitabilmente. te ne innamorerai perdutamente e solo allora vedrai che è la città più bella che esista
pioggia e poi sole, pioggia e poi sole, pioggia e poi ancora sole. il vento, forte, che muove nuvole enormi. la luce, tagliente, fino alle nove di sera ormai. i narcisi a sprazzi sull’erba. la primavera è strana e fredda quassù: nessuna rondine, nessun tepore confortevole delle due del pomeriggio. eppure fioriscono gli alberi, un tagliaerba fa il suo rumore, le strade sono così lucenti che riflettono e accecano di sole, e io sento l’estate sempre più vicina mentre studio per il primo degli ultimi esami del primo anno. e ci sono quegli attimi, quelli in cui senti di essere, e ti basta solo questo per essere davvero felice.
non veniva mai bene nelle foto perchè era troppo nera
tornare a casa sembra sempre tornare un po’ indietro nel tempo. io e anna abbiamo unito di nuovo i letti, come quando eravamo piccole, studiamo sulla stessa scrivania ingombra, beviamo il tè alle cinque con tantissimi biscotti e aspettiamo il disordine della sera, mangiamo il riso con il pollo al curry per cena, e si va in treno a udine come se fosse la grande città. qua e là mi tornano in mente i pranzi prima dei rientri, e quei primi pomeriggi in cui si poteva studiare in giardino o concedersi un gelato. e ci vuole anche tutto questo per poter pensare di usare bene il tempo e di creare cose belle.
poi una mosca si appoggia sulla zanzariera e due rondini si rincorrono negli angoli della finestra, e tu scrivi che manca poco all’estate, che si aspetta, sempre, come ogni anno.
sabato mattina mi sveglio alla prima delle sei sveglie impostate. alla fine sono talmente in anticipo che non mi resta che, valigia chiusa, sedermi e aspettare che il tempo passi. poi taxi fino alla stazione centrale, e treno fino al piccolo aeroporto sul mare, facendo da baby-sitter alla lituana assonnata incontrata per caso e per sua fortuna. il volo fino a parigi è liscio, placido e tranquillo come una tratta della littorina, ed è la prova della claustrofobica minuscolezza del mondo, perchè pochi sedili davanti a me c’è lo stesso identico tipo incontrato all’andata a settembre (su un volo completamente diverso) che mi aveva salutato dicendomi “non starteli a fare 4 anni qua, no!”, nonchè compagni di corso e connazionali della mia compagna di viaggio che non vedeva da anni. atterriamo nell’aeroporto più insulso mai visto e che di parigino ha molto poco, al massimo la - costosissima - baguette con cui mi nutro. la sensazione degli euro fra le mani mi sorprende. e poi ore, ore e ore di attesa, seduta sulla mia valigia, vagando fra le luci al neon, lo sguardo continuamente sui tabelloni delle partenze. il volo è ritardato di due ore, la mente fugge dalle pagine del libro, aspetto e aspetto: dopo cento giorni cosa saranno poche ore in più? poi finalmente si parte. ladies and gentlemen, thank you for your attention. we invite you to sit back, relax, and enjoy your flight. finisco di leggere il libro iniziato all’andata e guardo fuori dal finestrino, dove lo spettacolo del buio, del mare di luci, e delle stelle sopra mi toglie il respiro. ci prepariamo all’atteraggio e non si vedono più le luci: coperte da uno strato lattiginoso, filtrano appena, come vene luminose sotto una pelle chiara. l’aereo si dimena, curva, le mie orecchie protestano, gironzoliamo come un’ape sul fiore ma non scendiamo: la nebbia è troppa, l’atterraggio è dirottato a bologna e io ho l’unico impulso di gridare che ho bisogno della mamma. l’aereo vomita fuori una massa disordinata e confusa di francesi e italiani che si getta al banco del bar, poi si ficca in tre corriere e via, verso treviso. anche se l’idea di dover aspettare anche solo un secondo di più mi sfinisce, ho male ovunque, le orecchie tappate, quella strana tensione che ci pervade il corpo, dopo cento giorni, cosa saranno poche ore in più? l’autista probabilmente buttato giù dal letto a quasi mezzanotte di sabato non è molto felice e sceglie una stazione radio irritantissima, ma tanto non dormirei comunque, e nemmeno loro, nella macchina che congela all’aeroporto. via, nella strada avvolta nella nebbia. poi siamo lì, la corriera si ferma. qualcosa batte sul finestrino…
è come se non fossi mai andata via, ed è come se fosse la prima volta che metto piede qua
le pareti sottili rimbombano di musica. il semestre finisce, c’è musica natalizia irlandese, j. che parte e lascia cioccolatini sulle porte, il nostro ultimo esame, tè in cucina a discutere di quanto insopportabili ci renda la convivenza dopo un po’.
e così oggi è il 12.12.12! l’ho speso tutto sugli appunti di teatro, chiusa in biblioteca. ma qualcosa di speciale c’è stato forse. c’è una concentrazione sbucata da chissà dove; c’è un tramonto di quelli che illuminano tutto (alle tre del pomeriggio); ci sono dei piccoli negozi per strada pieni di alberi di natale, profumati, impacchettati; c’è un set cinematografico all’entrata di ashton lane; c’è il nostro ultimo saluto, con la piccola a. che si commuove mentre mi abbraccia, e i suoi occhi lucidi sono ancora più evidenti nel suo viso incorniciato dal velo blu; c’è il ricordo che ho ritrovato prima di addormentarmi, ieri notte; c’è l’aria di festa di tutti che finiscono gli esami (tranne me, certo, però la sento un po’ anche io); c’è la mia valigia aperta; ci sono le mie carte d’imbarco sulla scrivania; ci sono le luci della città splendenti fuori dalla finestra.
Questa cosa di vivere tantissime cose (belle, brutte, deludenti, esaltanti) nel giro di poche giornate, intense, intensissime, e di non saperne scrivere, è terribile.
e così ho comprato un calendario dell’avvento, come quando ero piccola e svegliarsi ogni mattina aveva senso solo per cercare la finestrella, aprirla e mangiarsi il cioccolatino.
si, lo so che manca più di un mese a natale, ma io il calendario lo uso al contrario e ci faccio un conto alla rovescia per il quindici dicembre, quando l’aereo mi porterà di nuovo a casa. e mi piace pensare a quanto buono sarà ognuno di quei cioccolatini, buono come ogni giorno che mi separa dal ritorno, buono come l’attesa, con eccitazione ma senza impazienza, senza dimenticare quanto è buono ogni singolo cioccolatino, senza dimenticare il qui e l’ora e senza smettere di pensare un po’ al futuro
20 chili di cibo, libri, sciarpe, maglie, musica, film, e ancora cibo ed è come ricevere una fetta di casa, quasi come di torta di noci della nonna - ma quasi
ripenso a berlino, a te con il nostro montone addosso, che sbucci un’arancia, che leggi una pagina illuminata dal sole in corriera, che mi fai leggere quel libro sottile - ‘neve’ - mentre fuori tutto è bianco, che riposi appoggiata a me dopo aver pianto mentre ci avviciniamo a monaco, fuori scende la sera e ban gioca con il riflesso delle luci sul vetro e ridiamo.